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Ritratti – Luca Ercolani

di Redazione HelloSport1 anno fa in Calcio

Alzi la mano chi, almeno una volta nella vita, non ha sognato di vestire la maglia della propria squadra del cuore e mandare visibilio decine di migliaia di persone con i propri gol e le proprie prodezze. Pochi, forse pochissimi, sono riusciti a raggiungere i propri obiettivi, effettuando un provino per qualche grande squadra o addirittura riuscire ad entrare a far parte del vivaio di una delle squadre che dominano il panorama calcistico europeo.

Bene, in occasione della nostra ultima trasferta in terra inglese, abbiamo avuto l’onore e la fortuna di parlare con uno di quei pochissimi ragazzi che ha realizzato il sogno di altre centinaia di migliaia di coetanei tanto che oggi, alla “veneranda” età di 18 anni, è una delle colonne portanti dell’Academy del Manchester United, un club che, storicamente, sembra intendersene in fatto di giovani e nuove promesse.

Il suo nome è Luca Ercolani, è nato il 25 novembre del 1999 e da poco più di due anni la sua vita si divide tra il campo di allenamento di Carrington e la casa/famiglia nella quale è ospitato nella periferia sud di Manchester. La sua storia ci ha appassionato e colpito sin da subito, tanto che difronte a un pasto caldo (nel weekend forse più freddo dell’anno) ci siamo fatti raccontare nei dettagli il percorso da lui seguito negli ultimi anni e qualche curiosità in più su come sia effettivamente la vita di un giovane che milita nel vivaio della squadra più vincente d’Inghilterra.

Ciao Luca e soprattutto grazie infinite per la tua disponibilità. Partiamo subito con una domanda scontata, ma la cui risposta potrebbe essere molto più complicata del previsto: cosa bisogna fare per diventare un giocatore del Manchester United?
“La prima volta che il mio nome è stato associato al Manchester United correva l’anno 2014. Io giocavo nel Forlì e venni a conoscenza del fatto che un osservatore dello United mi aveva notato. L’interesse fu immediato, tanto che mi invitarono a Manchester per un primo provino, che passai senza troppe difficoltà. Anche se avessi voluto, comunque, ero troppo giovane per trasferirmi in un vivaio di una squadra estera, visto che per legge avrei dovuto aspettare di compiere i 16 anni e ne avevo da poco fatti 14. Nonostante tutto rimanemmo in contatto con l’osservatore (che poi scoprirò essere lo stesso che portò ai Red Devils Macheda e Giuseppe Rossi) e solo in seguito a un secondo provino, iniziai a capire che il mio sogno cominciava a prendere forma. Lo United faceva sul serio, dimostrò il proprio interesse sin da subito e appena compiuti i 16 anni, mi trasferii”.

Ecco, a poco più di due anni di distanza da quel momento, rifaresti la stessa scelta o ti sei pentito di aver lasciato l’Italia? Che ambiente hai trovato ma soprattutto quali difficoltà hai dovuto affrontare prima di poterti affermare e conquistare la titolarità?
“Sembra scontato dire che rifarei esattamente le stesse cose. Ho ovviamente grande rispetto per le società italiane che hanno creduto in me fin da giovanissimo e non smetterò mai di ringraziarle, ma il Manchester United è pur sempre il Manchester United. All’inizio, come tutti, ci è voluto qualche tempo per ambientarmi ma a distanza di due anni, posso dire di aver trovato una vera famiglia. Qui tutti conoscono tutti, c’è grande coesione e soprattutto viene curato ogni minimo particolare. Come calciatore (o aspirate tale) è il massimo al quale puoi ambire. Dalla cura negli allenamenti all’attenzione ai minimi dettagli come può essere la mensa o attività secondarie e che esulano dal calcio. Ti senti parte di un sistema ben avviato ma soprattutto stimolante per un ragazzo che, come me, ha appena compiuto 18 anni”.

A proposito, com’è la vita di un giocatore dell’academy del Manchester United? Come si struttura la tua giornata? Per mantenervi siete obbligati a cercare un secondo lavoro o il calcio è l’unica vostra ragione di vita?
“Dal momento in cui tu arrivi, firmi un contratto e vieni da subito retribuito. Noi ragazzi, anche quelli inglesi che vivono nelle vicinanze, siamo ospitati in case/famiglia pagate dalla società, all’interno delle quali viviamo una vita normalissima, impegnandoci quotidianamente negli allenamenti e regalandoci qualche momento di privacy nel nostro tempo libero. Con la famiglia attuale c’è una grande sintonia e, sebbene possa sembrare un dettaglio insignificante, posso assicurarvi che conta moltissimo. Nella prima famiglia nella quale ero ospitato l’ambiente era completamente diverso e io stesso mi ero reso conto che il clima teso che respiravo a casa, influiva poi sulle mie prestazioni. Avendo la tua vera famiglia a qualche migliaio di chilometri di distanza, è fondamentale avere un punto di riferimento qui, dove tutti noi studiamo e lavoriamo. Nel tempo libero poi, ognuno è libero di fare ciò che vuole. Gli allenamenti occupano la gran parte della nostra giornata, perché tra la sessione in palestra e il lavoro sul campo passiamo al campo d’allenamento circa 6-7 ore al giorno”.

Fino a questo momento hai giocato in qualche stadio professionistico o comunque come “riserve” avete delle strutture riservate?
“Il mio esordio assoluto è stato al King Power Stadium di Leicester. Devo dire che al di là del fatto che ovviamente l’impianto è quasi completamente vuoto, fa un certo effetto giocare in uno stadio professionistico. Ti dà carica e ti stimola. In generale comunque giochiamo all’interno di strutture più piccole e totalmente dedicate ai settori giovanili. Nel 2018 abbiamo tre partite in programma all’Old Trafford, quindi è inutile dire che non vedo l’ora: sarà un’emozione unica per chi come me quel campo lo ha solo visto da tifoso appassionato ma non ha potuto calcarlo con i propri piedi”.

Parlando di professionismo, qual è il vostro rapporto con la prima squadra? Entrate spesso in contatto con loro o siete totalmente estranei alle loro attività?
“Questa è una delle cose alle quali mi riferivo quando all’inizio parlavo di famiglia. Dai ragazzini di 9 anni alla prima squadra ci alleniamo tutti all’interno dello stesso centro sportivo e abbiamo accesso tutti alle stesse aree. Noi ragazzi dell’academy poi, a volte veniamo chiamati da Mourinho per la partitella di fine allenamento oppure ci ritroviamo qualcuno della prima squadra in campo con noi durante le partite di campionato se sta rientrando da un infortunio e deve metter minuti nelle gambe. Io stesso ho giocato in coppia con Rojo 3 settimane fa (e ce lo dice mentre Rojo sta giocando il derby di Manchester, ndr). Il nostro campo è confinante con quello della prima squadra, quindi spesso ci troviamo a condividere con loro le urla degli allenatori o gli esercizi di riscaldamento, ma in generale il distacco non è così evidente come si crede. C’è comunque molta coesione”.

Rimanendo in tema prima squadra, hai qualche rapporto particolare con qualcuno oppure il rapporto è puramente professionale?
“Con Darmian mi trovo bene. Andiamo d’accordo, posso dire di considerarlo un amico anche perché capita anche di andare a cena insieme. Lui è un ragazzo umilissimo e molto disponibile. Per il resto diciamo che mi limito ad osservarli. L’unico che “mi conosce” meglio degli altri è Ibra, ma solo perché quando facciamo le particelle, tocca a me marcarlo. Tralasciando quel fatto, visto che ogni volta esco con ematomi e ossa rotte, mi fa ridere che quando lo incontro (che sia in campo o all’interno del centro) non ricordandosi il mio nome mi saluta con “Ehi italiano”. Mi fa sorridere, almeno si ricorda da dove vengo. Per il resto, ripeto, non ci sono rapporti d’amicizia o quant’altro, ma averceli così vicini ogni giorno aiuta, soprattutto dal punto di vista motivazionale”.

Per quanto riguarda il tuo futuro, quali sono le tue ambizioni? Speri di rimanere qui a lungo o senti il bisogno di tornare a giocare in Italia?
“Non dico di essermi già realizzato, ma il Manchester United ha uno dei centri sportivi e dei settori giovanili più forti e all’avanguardia di tutto il mondo. È ovvio che la mia speranza è quella di rimanere qui. Fino a settembre io facevo parte dell’under 18, poi sono stato chiamato nell’academy (under 23) e da li non mi sono più mosso. Sono il più giovane giocatore della primavera e sono il centrale difensivo titolare, quindi motivi per sperare ne ho tanti. Ovvio che tutto può succedere, quindi staremo a vedere. Il mio contratto scade nel 2019, quindi ho ancora tempo per dimostrare il mio valore. Se dovessi tornare in Italia vorrei farlo per giocare con una grande squadra, ma il calcio inglese mi piace e vorrei rimanere qui. Magari in prestito in qualche squadra di lega minore, ma vorrei rimanere qui in Inghilterra”.

Ora è tempo di una domanda che da molto tempo ormai anima la nostra community: da difensore quale sei, meglio uno 0-0 con pochi tiri in porta o magari un 2-2 ricco di azioni pericolose?
“Da difensore è ovvio che quando tieni la rete inviolata sei certo di aver fatto bene il tuo lavoro. Quello è normale, preferisco non prendere gol ma è anche vero che per come lo vedo io il calcio è anche spettacolo, quindi mi diverto quando si segnano dei gol. Credo che calcio inglese e italiano non siano comparabili proprio perché si fondano su due concetti diversi: qui in Inghilterra c’è molto più agonismo e fisicità, in Italia si guarda più alla tattica. Se devo scegliere, dico calcio inglese”.

Chiudiamo con una domanda alla quale noi personalmente teniamo molto: le rivalità. Come “Academy” sentite vive le rivalità territoriali che vivono settimanalmente i tifosi (o la prima squadra) o per voi la cosa è totalmente diversa?
“Assolutamente no, non cambia nulla. Le rivalità si sentono eccome. Con il Manchester City è più una rivalità cittadina e le partite sono più godibili: mi piace molto giocare contro di loro perché ci sono meno falli e il gioco è più scorrevole. Con il Liverpool però, la storia cambia: lì si gioca sporco, con falli tattici ed entrate al limite della regolarità. Con loro la partita è sempre così. C’è poca tecnica ma tanto, tantissimo agonismo. Da difensore, godi all’inverosimile in determinati tipi di partite”.

Ci salutiamo con Luca difronte al National Football Musuem, con la promessa (da parte nostra) di risentirci al più presto e con la promessa (da parte sua) di ricordarsi di noi quando un giorno, si spera, Mourinho lo convocherà in prima squadra. Più che un’intervista, è stata una serata in compagnia di un “amico”. Sebbene fosse la prima volta che lo vedevamo, ci siamo trovati da subito a nostro agio. Essere insieme a uno dei ragazzi italiani più promettenti e di prospettiva di tutto il panorama calcistico italiano (e inglese) è stato un privilegio del quale non possiamo che andare fieri.

Con l’augurio che il futuro gli riservi tanti altri successi, personali e di squadra, facciamo a Luca il più grande degli in bocca al lupo.