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Non dribblo più, me l’ha detto il mister

di Cronache di spogliatoio1 anno fa in Calcio

Nella maggioranza dei casi l’organizzazione tattica e la preparazione atletica di un gruppo fanno sempre la differenza, soprattutto nel lungo periodo. Per vincere le partite e i campionati è proibito percorrere scorciatoie, è necessario trascorrere ore sul campo e lavorare di reparto. Vi fischiano le orecchie? Forse perché si sono immediatamente materializzate davanti agli occhi le sedute di tattica alle quali siamo stati abituati fin da giovanissimi. 

Una cantilena che lega il destino di tutti i giocatori. Durante le esercitazioni della linea difensiva si provano le scalate, le coperture a triangolo quando uno dei centrali accorcia sulla punta, le scappate a palla scoperta e così via. Di contro le punte e gli esterni offensivi lavorano sugli appoggi e i tagli alle spalle dei terzini, meno ingabbiati dalle rigide regole che regolano l’universo di chi è destinato a scendere in campo per cercare di non subire gol.

Tutto giusto, tutto bello. Ma esiste un fattore determinante, l’elemento imprevedibile che disintegra tutte queste convinzioni: la giocata del singolo. La pedina impazzita che si muove nello scacchiere e ti fa esultare o perdere il sonno. 

Allenare l’estro, il talento e la fantasia. È complicato, senza dubbio più difficile che piantare quattro paletti agli angoli del campo e correre per decine di minuti.

Sapete quando siamo davvero messi alla prova? Nell’uno contro uno.

L’unico esercizio durante il quale si può fare affidamento unicamente alle proprie qualità, quei cinque o sei secondi di tempo in cui il cervello smette di funzionare e si procede per istinto. Occhi sulla palla, mentre chi attacca avanza danzando intorno al pallone, tra doppi passi e finte di corpo. Il difensore indietreggia con il baricentro basso, provando a trascinare l’avversario sul lato debole. «Temporeggia!» è il grido che unisce tutti gli allenatori di questo mondo. Chi afferma di non averlo mai sentito è un bugiardo, o semplicemente non è mai stato un calciatore. E c’è la voglia di intervenire per strappare via il pallone senza fare fallo (poi se si prende anche qualcos’altro, poco male), c’è la voglia di mandare al bar il difensore. Gli altri compagni stanno a guardare, cercando di rubare il segreto ai più bravi. Poi il fenomeno della squadra fa qualcosa con i piedi, qualcosa che non si può spiegare e archiviare nella cartella della teoria del calcio, ed è subito Serie A. È la maniera più semplice e coraggiosa di puntare verso la porta, esaltazione della tecnica di base applicata al divertimento.

«Quando guardo giocare Pirlo e lo vedo con il pallone tra i piedi, mi chiedo se io posso essere davvero considerato un calciatore» dichiarava candidamente Gattuso. Sappiamo che il questo sport è molto altro, che ci sono mille componenti necessarie, che dentro al campo e nello spogliatoio ci sono valori imprescindibili, ma quando nessun ragazzino sarà più in grado di dribblare l’avversario, ecco, quel giorno il calcio smetterà di esistere.