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Il maledetto martedì dopo la sconfitta

di Redazione HelloSport di — 4 anni fa in Calcio

Perdere malamente la partita di campionato, senza fare troppi giri di parole, significa firmare la propria condanna a morte. Un’esagerazione? Non proprio, specialmente se l’allenatore abbandona il campo dopo la sconfitta pronunciando la frase più temuta da ogni giocatore di calcio: «Ne parliamo martedì, ma non vorrei essere nei vostri panni». A caldo, distratto per la cocente delusione, non ci pensi. Ma poi il martedì arriva. Inesorabile.

Esiste una bizzarra legge che vive solo nella mente dei Mister, una convinzione ruvida figlia di anni di calcio vissuto sui peggiori campi di provincia, un specie di mantra che suona più o meno così: hai perso e sarai punito. Con le ripetute, ovviamente.

Come se le gambe fossero slegate dal cervello, quella massa di materia grigia messa in disparte e abbandonata al proprio destino dopo ogni sconfitta. L’unica redenzione possibile è pedalare, sputare sangue per la fatica, e poco importa se il pallone diventerà il peggior nemico da fronteggiare.

Martedì, dunque.

Varcato il cancello del centro sportivo l’aria si fa pesante, cupa. Si può quasi toccare. Le gambe ancora pesanti dalla partite di due giorni prima si fanno molli, perdono vigore in preda al pensiero di quello che accadrà da lì a poco. Il campo d’allenamento fa paura, perché è facile immaginare quello che sta per accadere. Cinesini, paletti, ostacolini, tiro alla fune, arrapicata nordica? Macché. Il nulla. E, fidatevi, niente fa più paura del nulla.

«Mi sento già male» esordisce il compagno seduto nello spogliatoio. «Quasi quasi mi gioco il jolly. Mi tira leggermente qui (indicando un muscolo indefinito sulla coscia), ora glielo dico». «Non so se ti conviene. Non è giornata. Oh, hai visto com’è vuoto il campo? Niente di niente, nemmeno un conetto. Oggi si galoppa come cavalli». Piano piano arrivano gli altri compagni, tutti con lo stesso sguardo di rassegnazione stampato sul volto.

«Quello è matto! Ma che modo è? Poi la domenica c’è anche la palla, se lo ricorda quel cogl…». Si apre la porta sul più bello, a qualche decimo di secondo dal precipizio. «Qualcuno ha qualcosa da dire?» tuona l’allenatore. Silenzio di tomba. Apnea. Con il volto affogato nello scaldacollo e la voglia di far passare rapidamente le prossime due ore. «Ho poco da dire. Lasciate pure nello sgabuzzino i palloni e andate fuori. Riscaldamento e corsa, poi abbiamo finito». Parole fredde, scolpite nel ghiaccio.

Tutti i giocatori in fila, cercando di farsi forza con un paio di pacche sulle spalle, sfilano verso il campo, anche se raggiungere il rettangolo verde sembra maledettamente complicato. Il più coraggioso si mette davanti a tirare il gruppo, mentre gli altri provano a restagli aggrappati alle caviglie come fosse l’ultima locomotiva di un treno che conduce alla Salvezza. È importante non sfilacciarsi all’inizio.

Arriva la frase che non si è mai pronti ad ascoltare. «Facciamo i 400 metri in 1 minuto e 20», tuona il Mister. «In scooter?» borbotta un compagno dalle retrovie. «Ridete, ridete…».

Venti. Alla fine sono venti, le ripetute. Con un minuto e mezzo di recupero tra una e l’altra. Senza più saliva e in preda alle allucinazioni mischiate all’immancabile nebbia di fine allenamento, imbrattati di fango fino alle ginocchia, lo spogliatoio appare in lontananza come un miraggio.

Pochi ricordi di quello che segue, tranne uno: la doccia calda più bella di sempre.

#AllenamentiAssurdi