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Gigio, chi sei veramente?

di Cronache di spogliatoio1 anno fa in Calcio

18 anni. Chi li ha superati da un pezzo, si volta indietro a ricordare questa età con un pizzico di malinconia ripensando alla incosciente leggerezza che profuma di libertà. Si dice che siano gli anni più belli, per chi ha tutto da imparare e poco da raccontare. Trasferito al mondo del calcio, questo ragionamento assume connotati maggiori, ingigantiti dalle paure che nascono nel cuore di chi entra in punta di piedi nello spogliatoio dei grandi. Il cammino della crescita è lento, faticoso, condito da difficoltà mai immaginate. Lo sguardo basso e le parole appena sussurrate. La fortuna di poter confrontarsi con chi ne ha già viste tante, che sa come ci si comporta quando le cose non girano, quando il mister ti insulta per un errore che il giorno dopo pesa ancora di più.

Bene. Questo percorso, Gigio Donnarumma, non lo ha mai fatto. O meglio, lo ha attraversato d’un fiato ancora minorenne, fagocitato da un mondo pennellato d’oro fasullo. Può già vantare più di 80 presenze in Serie A e un trofeo conquistato grazie alle sue decisive parate. Già, la Supercoppa italiana alzata sotto il cielo di Doha sembrava essere il preludio ad un lungo idillio con i tifosi del Milan che dal primo momento lo hanno custodito come un gioiello prezioso, invidiato dal resto del mondo. Un ragazzino alto come un corazziere con la faccia pulita e un sorriso per tutti ma con le movenze di un mestierante esperto tra i pali. Dopo Buffon, ecco finalmente un altro fenomeno azzurro. Da Gigi a Gigio, nemmeno a farlo apposta.

Ma arriva il momento in cui il talento ti porta a fare i conti con il vile denaro. Cifre a sei zeri, cifre da capogiro soprattutto per un adolescente nemmeno in età da diploma. L’istante in cui bisogna scegliere se essere uomini o burattini. Gigio come Pinocchio, creatura nata con l’obiettivo di diventare grande, in grado di poter camminare con le proprie gambe. Una storia che sembra una favola. E come in ogni favola che si rispetti, ecco piombare il cattivo, il maligno tentatore, Lucignolo. Ha le sembianze benevole di colui che si propone per curare gli “interessi” del ragazzo, con le reali intenzioni malcelate dietro un sorriso beffardo: Mino Raiola irrompe nella vita di Donnarumma e da quel giorno niente è più uguale. La vita agonistica del calciatore è breve e occorre sfruttare le occasioni. L’etica e il rispetto dei sentimenti? Al diavolo. Appunto.

Gigio va in scadenza contrattuale nella primavera del 2017 per una falla nel sistema societario Milan e Mino ne approfitta. “Pagare, altrimenti ce ne andiamo.” Suona come un ricatto strillato a Fassone e Mirabelli (che nell’ambito della nostra storia potrebbero ben rappresentare il Gatto e la Volpe), ma lo chiamano gioco delle parti. Volano insulti negli stadi di mezza Europa, visto che Donnarumma è impegnato nell’Under 21, volano dollari sulla sua schiena. Poi arriva la firma che sembra suggellare la pace con il popolo rossonero. Mano sul cuore, sguardo verso la curva e tutto dimenticato in fretta, come spesso capita nel calcio.

Trascorre qualche mese ed arriva il fulmine a ciel sereno a sparigliare i già sottili equilibri di casa Milan. Una lettera surreale che fa riferimento al rinnovo contrattuale del portiere: Gigio avrebbe apposto la propria firma sotto “violente pressioni psicologiche”. In poche parole, l’entourage del n.1 chiede l’annullamento dell’accordo e il conseguente svincolo a parametro zero.

Basta così.

La reazione dei tifosi durante la partita di Coppa Italia Milan-Verona è drastica ma comprensibile. Perché ciò che più disturba in questa vicenda è l’assenza di una dichiarazione pubblica del diretto interessato, una presa di posizione chiara e definitiva. C’è da scegliere, Gigio. Bisogna diventare grandi, non importa dove. 

Forse il destino ti sta riservando ora la possibilità di percorrere quel famoso percorso ad ostacoli, quel viaggio nella pancia della balena che non eri mai stato costretto ad intraprendere.

A schivare i fischi taglienti che non rimbalzano sullo scudo del conto corrente, ma trafiggono dritti nel petto.

Il petto di un ragazzo che ancora non è un uomo. E che rischia di essere un burattino per sempre.