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George Best – Genio ribelle

di Romanzo Calcistico1 anno fa in Calcio

“Credo di averti trovato un genio!”. Queste le poche parole che riempivano il telegramma che Bob Bishop mandò a sir Matt Busby dopo averlo visto giocare.

Da lì l’inizio della storia di uno dei più grandi e controversi campioni della storia del calcio, sicuramente il più iconico, George Best. La cosa che fa più rabbia è che il più forte giocatore britannico di tutti i tempi era anche il più grande giocatore alcolizzato di tutti i tempi. Sembra che la natura avesse voluto dargli e poi toglierli tutto, burlandosi di lui.

Best è stato un vero e proprio crack in quegli anni per lo United e per il mondo del calcio. Esordì a 17 anni e a 19 ebbe già la sua consacrazione quando al “Da Luz” di Lisbona, nei quarti di finale della Coppa Campioni, segna una fantastica doppietta al Benfica di Eusebio, che nei cinque anni precedenti era arrivato per quattro volte alla finale della competizione.“Quinto Beatle”, “Geordie”, i soprannomi fioccavano, così come la popolarità, soprattutto nelle fan. ”Che cosa ci posso fare se mi saltano addosso? Sono stato con almeno duemila donne senza doverle sedurre, mi bastava dire “Ciao, sono Best del Manchester United”.

La stagione della storia è però sicuramente quella 1967-68. Lo United vince la Coppa Campioni, la prima della sua storia e di quella del calcio inglese, trascinato proprio da un Geordie pazzesco, che nello stesso anno si aggiudicherà anche il Pallone d’Oro.

A soli 22 anni aveva già raggiunto l’apice. La sua popolarità era oramai planetaria. Da lì in poi però, inizierà un lento e inesorabile declino.

I Red Devils non raggiungeranno più i livelli degli anni passati e George diventerà sempre più indolente. Non si presenta agli allenamenti, frequenta Night club e poi ancora risse, flirt extra coniugali, arrivando ad essere ufficialmente escluso nel 1974 dal nuovo allenatore Docherty, stanco delle sue bravate. A soli 28 anni Best è già un giocatore ai titoli di coda.

Inizia così a girovagare per il mondo, accettando proposte dal Sudafrica, dalla Scozia, dagli USA. Negli anni trascorsi negli States viveva in una casa sul mare, che però, come da sua stessa ammissione, non vide mai:

“Quando giocavo negli Stati Uniti abitavo in una casa vicino al mare, ma non sono mai riuscito a farmi una nuotata: lungo il tragitto c’era un bar!”.

La sua vita fu piena di frasi celebri e aneddoti, uno di questi mostrò forse al Mondo tutta la sua fragilità.

“Sento spesso raccontare di quella volta in cui un cameriere mi consegnò dello champagne nella mia stanza, dove me ne stavo a letto con Mary Stavin e diverse migliaia di sterline vinte alle scommesse, e mi chiese: ‘Quand’è che le cose hanno iniziato ad andarti male, George?’ Anch’io ho raccontato questa storia più di una volta ed è sempre stata seguita da grasse risate. Ovviamente, tutto andò storto da allora. Da quando andò male con ciò che amavo di più al mondo, il calcio, allora il resto della mia vita si sgretolò. Quando il calcio era importante e io giocavo bene, non vedevo l’ora di alzarmi la mattina: era la mia unica ragione di vita. Quando ho smesso non c’era più nessun motivo che mi buttasse giù dal letto, non ho visto altri motivi validi per smettere di bere. Avevo bisogno sempre di bere, non riuscivo ad averne mai abbastanza. L’alcool era l’unico avversario che non ero riuscito a battere.”

Ci lascerà a soli 59 anni a causa di un’infezione epatica dovuta al suo alcolismo. Cinque giorni prima si congedò al pubblico per l’ultima volta lasciando un messaggio, che lui stesso pregò fosse pubblicato: ”Don’t die like me”, “Non morite come me”.

Bello e dannato, l’essere ribelle ma allo stesso tempo decisivo.

Incosciente, meraviglioso, idolo, forse il migliore.

Sicuramente indimenticabile.