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Come Davide avrebbe voluto

di Cronache di spogliatoio1 anno fa in Calcio

Appoggio il piede giù dal letto dopo aver staccato la sveglia con gli occhi ancora chiusi e per qualche secondo mi passa per la testa la fatidica frase: «Ma chi te lo fa fare…» Shh. Silenzio. Lo so io chi me lo fa fare e non ha molto senso spiegarlo a chi vive per riposarsi di domenica. Chiuso fuori dalla finestra c’è un pallido sole, presagio incerto di quella che sarà la mia giornata. Ciao ciao coperta, ci rivedremo questa sera quando ti riconsegnerò gambe stanche e schiena dolorante, magari caricandoci sopra il peso di una sconfitta.

Mangio la mia crostata di fronte alla TV e, come sempre, butto giù la schedina della Serie A. Dunque. Genoa-Cagliari, Torino-Crotone, Udinese-Fiorentina… È il destino di chi ha scelto di farsi male due volte, in campo e fuori. Penso di aver vinto un paio di volte in vita mia ma la cabala va rispettata, perché la superstizione è seconda solo alla mia fame di punti. Sono quasi pronto per andare al campo. Quasi, prima c’è la tappa in bagno.

Se sei come me, conosci perfettamente quella morsa che preme lo stomaco nell’avvicinamento alla partita. Puoi anche “liberarti”, ma è un dolore che resta fino al fischio dell’arbitro perché non si cura come un comune mal di pancia. Lo stesso dolore che dopo la prima corsa magicamente vola via. Ecco, aggiungeteci la solita sensazione di avere le gambe più molli rispetto all’ultimo allenamento. È calcio di prima categoria, una vera faticaccia.

Via al campo. 

Faccio gruppo con i miei compagni fuori dalla porta dello spogliatoio, ci guardiamo negli occhi per scorgere segnali positivi e farci forza l’un altro tra un sorriso e una battuta. Siamo ultimi, ma non ci siamo ancora arresi.

Il mister dà la formazione e sono in panca: Real San Gennarello-Santa Maria la Carità. Per me vale quanto la finale di Champions League e non giocarla mi rode maledettamente. 

Il primo tempo rispecchia i numeri della classifica, senza troppi giri di parole. Loro sono forti e noi, per quanto possibile, proviamo a competere con le nostre armi: finisce il primo tempo e siamo sotto 3 a 0. Finalmente l’allenatore si volta verso di me e mi dice di cominciare a scaldarmi. C’è l’Everest da scalare ma dobbiamo crederci per dare un senso a tutto questo.

Mi levo la pettorina per fare il mio ingresso in campo, quando uno strano avvenimento colpisce la mia attenzione. Compagni e avversari escono dagli spogliatoio in silenzio, avvicinandosi al terreno di gioco a testa bassa. Nessun grido d’incitamento, nessuna cenno di grinta, niente di niente. 

«Ma secondo voi possiamo mollare così? Abbiamo ancora un tempo, almeno proviamoci!» 

Il mio capitano mi ascolta e, con lo sguardo precipitato nell’abisso dell’incredulità, scrolla la testa.

«Astori è morto. Lo abbiamo saputo ora.»

Buio.

Il clima attorno a noi si trasforma, tutto si svuota, l’atmosfera perde l’elettricità che attraversa i campi di periferia di domenica, quando 22 ragazzi si atteggiano e parlano come gli inarrivabili idoli della Serie A. Ma come mai adesso ci sentiamo tutti così tragicamente coinvolti?

Il pallone rotola senza forza, le gambe girano lente come le lancette dell’orologio. Scruto il volto dei miei avversari che fino a poco fa avrei voluto annientare: abbiamo tutti perso qualcosa, ma ancora non riusciamo a renderci conto di cosa sia esattamente. Aveva il mio stesso identico umore, ma la divisa di un altro colore”  

Il risultato finale è privo di significato. Davide non c’è più. Un padre, un capitano, un giocatore. Come me, come tutti noi.

Un dolore intenso ma consapevole. Perché domenica prossima saremo di nuovo a chiederci per un secondo chi ce lo fa fare, per poi buttarci a perdifiato dietro all’avversario che parte in contropiede. Dentro al guscio dei 90 minuti che ci fa sentire al riparo dal mondo così privo di certezze. 

Davide avrebbe voluto così. Ne sono sicuro.