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All’inferno e ritorno, il coraggio di non mollare mai.

di Cronache di spogliatoio1 anno fa in Calcio

Chi comincia a giocare a calcio ha sempre un valido motivo per farlo. Ci sono i sogni di gloria innocenti nati rincorrendo il primo pallone, mentre si indossa una maglietta un po’ troppo larga che straborda su pantaloncini sgraziati, sporcati da lacrime di sangue sputate dalle ginocchia. Poi, con gli anni che avanzano, i sogni si trasformano in sacrifici capaci di alimentare una passione destinata a sopravvivere distante anni luce dai grandi palcoscenici e dai compensi milionari degli idoli della TV. Ma la voglia di correre c’è, e le motivazioni si trovano dappertutto. Andiamo avanti a testa bassa, è la nostra vita.

Raramente capita di affezionarsi a calciatori che buttano il cuore dentro il campo, e quando succede restiamo folgorati. Guardiamo nei loro occhi e ci ritroviamo un pezzo del nostro passato, quando aspiravamo a vette improbabili. Ma è proprio in questo istante che l’invidia perde strada a favore del sentimento di gratitudine.  Ecco perché la storia di Giuseppe Rossi è un tormento e ci sentiamo direttamente coinvolti.
Pepito decide di rischiare da subito: a 12 anni lascia il New Jersey per provare a diventare un calciatore professionista. Con un biglietto aereo di sola andata, destinazione Parma. Un percorso accarezzato dalla luce brillante del talento, una crescita progressiva ma inesorabile, tanto impressionante da far scomodare Sir Alex Ferguson in persona. 
Arriva la chiamata che fa tremare le gambe, a soli 17 anni il proprio destino si intreccia con la legenda del football. L’Old Trafford, Il Manchester United. Giuseppe si gioca le sue chance con personalità, realizzando 4 goal in 14 partite, ma bisogno di maturare in fretta accumulando minuti nelle gambe. Per questo viene girato in prestito al Newcastle e, successivamente, al Parma di Ranieri, trascinando i ducali verso la salvezza in Serie A con 9 reti nel girone di ritorno.


Il mercato porta Pepito al Villarreal, esperienza che determina in modo decisivo la sua carriera. In campo è un punto di riferimento, in fase di manovra e realizzazione, mettendo a segno ben 82 goal in 192 presenze.
Ma dietro l’angolo della felicità spesso si nasconde il fato travestito da orco. 26 ottobre 2011, il teatro dell’incubo è il Santiago Bernabeu: il crociato del ginocchio destro salta e per Pepito è l’inizio del calvario. Da questo giorno non si riprenderà mai pienamente salvo qualche isolato bagliore di classe, come ad esempio le triplette realizzate in maglia viola al Franchi contro la Juventus di Antonio Conte e nelle fila del Celta Vigo nel match casalingo con il Las Palmas. Troppo poco per dribblare il suo avversario più balordo, la sfortuna.


L’ultimo infortunio in ordine cronologico risale al 9 aprile 2017. Questa volta si polverizza il crociato del ginocchio sinistro e l’ombra dell’addio al calcio giocato si fa sempre più incombente.
“Un altro ostacolo da superare. Ma sono pronto a combattere contro tutto per tornare a fare ciò che amo di più di ogni altra cosa al mondo. Giocare a calcio.”
Parole pesanti come macigni, confessione di un ragazzo tanto devastato dalla malasorte quanto testardo. Pepito da quando è bambino corre per essere il più bravo, per emergere con le proprie capacità, per tornare. Perché una cosa è chiara: Giuseppe Rossi non molla mai, non lo ha fatto mai, neppure quando il mondo del pallone sembrava avergli definitivamente voltato le spalle.
Giuseppe è come noi. Un ragazzo con un sogno impossibile, folle, assolutamente distante.
Ma che non sa cosa vuol dire arrendersi.