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A cuore aperto

di Cronache di spogliatoio1 anno fa in Calcio

Mi sento a disagio. È arrivato il giorno in cui Ronaldo de Assis Moreira ha deciso di smettere di giocare a calcio. Anche se, onestamente, faccio fatica anche solo a pensarlo.

Proverò a spiegare cosa ha significato per me Ronaldinho, difensoraccio di provincia che fino all’età di 20 anni pensava che “l’elastico” fosse l’oggetto con cui a scuola improvvisavi fionde impeccabili. C’è un’intera letteratura di gesti, movenze, sorrisi e giocate che noi umani possiamo solo immaginare. Nel mondo di Dinho tutto è semplice, straordinariamente logico e surreale nello stesso istante.

Le domande trovano una nuova, elementare risposta. Perché aggirare l’avversario quando si può passare attraverso l’avversario? E così ha messo in piedi un’enciclopedia di tunnel da farsi venire il mal di testa. In controtempo, di suola, d’esterno. Così, naturalmente. Dribbling sensazionali, fughe in velocità senza tempo, finché il fisico è riuscito ad andare veloce come il suo talento.

Dinho pattinava sull’erba con l’eleganza e la convinzione di poter regalare a tutti gli amanti del calcio un paio d’ore di spensierato godimento. Aveva una precisa missione: elevare il calcio ad arte purissima. Spazzare via tensioni e paure, ansie e preoccupazione. Durante i secondi in cui Ronaldinho aveva la palla tra i piedi, tutti i problemi della vita svanivano e si restava ad ammirare quello spettacolo a bocca aperta, impietriti dall’ammirazione e dalla meraviglia. Ma c’è qualcuno in questo mondo che non si è coricato a letto sperando di rialzarsi con un centesimo della magia del destro di Dinho? Onestamente, adoro tutti i giocatori che ti regalano il proprio cuore buttando in campo impegno e fame. Ma lui aveva la capacità di elevarti ad un’altra dimensione calcistica, una dimensione in cui c’è troppa bellezza, impossibile da arginare.

Potevi odiare la squadra in cui giocava, ma non potevi odiare lui. Non potete immaginare quanto mi stia pesando parlare di lui al passato. Forse piangerò.

Ci sono ferite che fanno un po’ più fatica a rimarginarsi. E altre che non guariranno mai.

Grazie per sempre, eccezionale artista del pallone.